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Gaia Giugni

NUOVI CORPI

 

Carte, stoffe, filo di lana, ferro, smalto, china ed esplosioni di colore sono gli elementi che danno vita alla poetica di Gaia Giugni. Le sue opere suscitano l’idea di grovigli di materia informe, distese di cromie che si espandono e si contraggono ma che in realtà rivelano sagome nascoste. Mettendole a fuoco emergono infatti delle sembianze familiari: le linee che si fanno sempre più presenti generano dei corpi. Per intero o frammentati sono corpi che rimangono intrecciati nella tela ed esprimono tutta la loro forza e potenza, sentono l’esigenza di mostrarsi nelle loro diverse forme, di contorcersi e di aprirsi al mondo. Sono corpi che hanno perso i contorni ma la sostanza è rimasta. In “Piove” e “Sassi” ad esempio si celano sembianze umane. Spesso sono donne o donne e uomini insieme; altre volte sono solo elementi che ricordano una parte maschile e femminile, altre volte ancora i particolari sono completamente rarefatti o all’opposto ingigantiti.

 

La ricerca dell’artista romana si è inizialmente mossa da una matrice figurativa, tributaria dell’attività legata al mondo dell’illustrazione, e via via si è alleggerita dell’esplicita dichiarazione di soggetti ben riconoscibili fino ad approdare a risultati che ricordano molto l’arte informale del secondo dopoguerra. In questi lavori apparentemente non si percepivano le forme ma piano piano emergevano e si rivelavano come nelle opere di Ennio Morlotti o Pompilio Mandelli, in cui l’uomo era sempre presente ma aggredito e frammentato dal gesto e ammassato da grumi di materia. 

Nei bozzetti, le carte e nei lavori su cartone con tecnica mista della Giugni invece emerge maggiormente l’intento figurativo e si riconoscono questi “ingombri” seppur lievi e minimi dovuti a una maggior economia del mezzo pittorico; nelle tele di grandi e piccole dimensioni, i corpi si arricchiscono di stoffe, fili, ferro attraverso una ricerca ben precisa. Si tratta di un passaggio per ingrandire il segno, la polimatericità entra in campo per rendere più evidente il tutto. Come ad esempio l’utilizzo dei fili di ferro, l’artista stessa afferma che li inserisce in opere che nascono istintivamente e queste linee tortuose attraversano le figure e le legano. Sono delle cuciture, richiamano un valore ancestrale e legato al mondo dell’artigianato come nelle opere di Francesco Vezzoli o Lawrence Carroll. Nel lavoro dell’artista romana però i fili non terminano nel quadro ma vanno oltre. Non lo ingabbiano ma rappresentano un attraversamento, un percorso o la prosecuzione di un qualcosa che prende vita spontaneamente e che in modo ossimorico fermano qualcosa che non vuole fermarsi perché non vi è un confine come in “SSS1 (Serie Sassi n.3) e in “SSS7 (Serie Sassi n. 3)” del 2011.

 

Anche le scelte cromatiche sono frutto di un percorso. Le prime opere sono quasi del tutto monocromatiche, forse ancora una volta legate al mondo dell’illustrazione, successivamente si passa all’accostamento di colori fortissimi fino ad approdare a un uso più consapevole: permangono cromie molto forti e varie ma che restituiscono vagamente un effetto monocromatico come nei pannelli su faesite.

In “SSS4 (Serie Sassi n. 3)” prevale il blu insieme al marrone, allusioni a una dimensione celeste, non necessariamente legata a una sfera spirituale, e una dimensione terrena. L’azzurro sembra richiamare l’istinto, una pulsione che proviene da un altro luogo ma i segni marcano delle radici, “qualcosa che trascina e tiene giù" insieme ad elementi che riconciliano e riappacificano. Ecco che i cromatismi si fanno così portatori di emozioni e sentimenti, talvolta con accezione positiva e altre volte dettati da uno sguardo più cupo e introspettivo ma che richiama i valori considerevoli nella vita di un uomo.

I colori sono stesi per calibrate stratificazioni e numerosi passaggi con striature in alcune opere, si spazia così dai colori più tenui e pastello come il grigio e il rosa ai gialli e i verdi più intensi. I pigmenti emergono dalle aree sottostanti e si riassorbono ricordando il lavoro meticoloso e più “geometrizzante” di Mark Rothko. Ma all’interno di queste masse di forme e pigmenti emergono dei piccoli segni, delle virgole costanti e presenti che l’artista ama definire “orecchie” e che ha iniziato a inserire in uno dei suoi primissimi lavori: un collage in cui si ripetevano queste piccole linee arcuate. In altri lavori emergono dei graffi e delle aggressioni che eliminano parte della superficie pittorica. 

 

Leggerezza e pesantezza, vaste gamme cromatiche e scelte monocromatiche, corpi prepotenti o appena accennati, poli che si incontrano e si necessitano o che si isolano, ecco l’universo che emerge in tutta la produzione artistica di Gaia Giugni e che rimane costante anche nella evoluzione tecnica dell’artista che sta subendo un cambio di rotta. Il lavoro su tela prevede che il supporto rimanga più libero: senza cornici e meno filo di ferro. Ma le “orecchie” sono sempre presenti, sono segni che ritornano e si ripetono.

E come c’è meno spazio per i materiali, non ce n’è per i nomi. Se nel 2008 si ritrovavano titoli evocativi come “Se i muri potessero parlare” o “Segno di pace”, nell’ultima produzione non vengono dati riferimenti esplicativi, sono delle carte o delle tele che vengono distinte attraverso un codice " “C11-79 – 2014”, “F5 – 2018”. Gaia Giugni si sta allontanando lentamente dall’esigenza di associare delle parole alle sue opere o di spiegarle, perché non occorre necessariamente chiarire ciò che i nostri occhi sono autonomamente in grado di percepire. 

 

CLAUDIA BIANCONI